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Eugenio M. L'amore e la grande Guerra

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Eugenio M. L’amore e la grande Guerra

Giovanni Maccarrone

C’è una spiaggia in Sicilia che, vista di notte dalla nave che porta a Catania, è uno spazio nero, uno scrigno pieno di segreti, nel suo estendersi da capo Scaletta a capo Alì. Subito prima, le luci di Messina, appena dopo, quelle di Nizza e Roccalumera, luogo che ha ispirato il Nobel Salvatore Quasimodo. Terra di zagare e di limoni. Albe stordenti, cicale nei pomeriggi estivi. Il battito lento delle ore; indecifrabili, inafferrabili. Partire da qui riempie il cuore di suoni di mare, di terra, di odori, di uno spazio che ha dimensioni dilatate. Giovanni Maccarrone si immerge ogni mattina al sorgere del sole nel mare di Itala. Da solo entra in contatto con la sua essenza, con le sue origini. L’acqua è l’elemento concreto per metterlo in comunicazione con i ricordi di un mondo che il tempo non scalfisce e non conserva. Un diario colmo di poesie di
umanità e di morte scritto dal bisnonno Eugenio accende la sua fiamma. Riportare alla luce, come un archeologo rispettoso, le memorie di un periodo tremendo: quello della Grande Guerra 1915-18. Partendo proprio da qui, da Itala Marina. Lavora nella controra pomeridiana, quando il sole è una lama che taglia la stanza attraverso una tenda socchiusa e quel quaderno nero e rosso svela il suo orrore attraverso il dolce contrasto della poesia. L’unico modo, di Eugenio, per accettare una tragedia capace di mutare gli uomini in bestie. Trasformare l’orrore in versi, mettere lo scempio che toglie il fiato al servizio della parola che lo riduce a disciplina sillabica. Ristabilire l’ordine nella testa sconvolta dal macello con il rigore della rima. Un esercizio mentale continuo per ricordare a sé stesso che la parola scritta in forma lirica può diventare l’antidepressivo più potente contro la disumanità della trincea. Appuntare e ricordare. Ricordare ed appuntare. E fare poesia delle proprie paure. Eugenio aveva il dono di saper leggere e di saper scrivere bene in una nazione ancora ignorante coinvolta in una guerra dalle conseguenze devastanti. Più di 16 milioni di morti e oltre 20 milioni di feriti, per lo più mutilati. Uno dei più sanguinosi conflitti della storia dell’umanità. Giovanni Maccarone lega i fili di vicende diverse attorno a luoghi che conosce bene. Lui che vive in Veneto dall’età di quattro anni. È il confronto fra i due protagonisti che accende la luce della storia: Eugenio (il bisnonno) lo vive attraverso la poesia e Giovanni (il nipote) lo cuce con il racconto. Entrambi innamorati della loro terra: la Sicilia di Itala, di Alì Terme, di Nizza. L’autore usa perizia certosina per collegare ogni poesia all’avvenimento descritto. Ne risalta una formula narrativa originale, indiscutibilmente efficace e piacevole. I momenti cupi delle giornate piovose in trincea, pieni di morte e di putridume, si liofilizzano nei versi siciliani che colgono la sostanza e tagliano i fronzoli con ironia simile a quella di Camilleri. Un piacere da gustare fino alla fine per le sorprese continue che regala e per lo stile che contraddistingue sia prosa che poesia. E al termine si potrà esultare al grido di “Vittoria”, ma non è ciò che pensate perché qui non c’entra la guerra, ma l’amore. Quello vero.

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Anno
2020
Copertina
con bandelle
Formato
12 x 17
Pagine
136
Lingua
Italiano
ISBN 978-88-9397-018-1
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