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Giacomo Rizzo

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Giacomo Rizzo

Giacomo Rizzo diparte dalla res terrena per sublimare quest’ultima in imago animae attraverso lo strappo, risalendo dal contingente-terra all’idea pura-anima. La realtà sensibile si epura dalla propria accidentalità, trasmuta fino a divenire idea universale plasticamente inverata.
Rizzo ha dedicato gli ultimi anni della sua ricerca, con vocazione d’anacoreta e con religioso rigore d’analisi e d’esplorazione, all’operazione artistica dello strappo di brani di natura: tronchi, campi arati, greti di un fiume, scogliere e in special modo monti “sacri”. Monti come padri dell’umanità, monti come padri di una spiritualità sepolta ma non dimenticata, perduta ma tenacemente cercata dall’artista, monti che con una dilatazione di pensiero e d’azione vengono ridestati a seconda vita per il loro senso storico, religioso, antropologico, culturale, apotropaico. 
La “petra alpestra e dura” di cui scrive Michelangelo e che nel processo di creazione scultorea viene assalita a colpi di scalpello diviene qui invece principio informatore (e spirituale) dal valore intrinseco già compiutissimo. Svellere l’anima delle cose, escavare, trarre manipolando con affabilità e perizia la materia della terra per ricondurla a quella sacralità della sua origine: un atto arcano, faticoso e sublime, alla ricerca del significato cosmico delle cose. 
Un’estetica/aletheia dove la natura – Tempio ed insieme vedemecum di forme – si sottomette docilmente alla capziosità dello scultore che sempre ne coglie le componenti più coerenti alle proprie formule e alla propria disposizione visionaria.
Come un ficiniano uomo universale Rizzo padroneggia sapientemente la materia che tratta, modifica, trasforma, a cui giunge finanche a strappare lo spirito, per poi im-mortalarla in un negativo che parossisticamente diviene matrice/mater e da cui genera nuove forme titaniche e rigurgitanti che posseggono palpitazione plastica e fremiti luministici. Se, come scrive Rosalind Krauss nel suo più celebre saggio sulla scultura, la fenomenologia e la linguistica strutturale (…) fanno entrambe dipendere la significazione dal fatto che una forma contiene l’esperienza latente del suo opposto è nella matrice la chiave di volta dell’opera di Rizzo; saturata di tracce, proiezioni, compenetrazioni, essa s’evolve in uno straniante corto circuito dove l’assenza possiede la medesima essenziale espressività della presenza, il verso del recto, perfino il negativo del positivo. La sostanza dei valori impressi, che sono or dunque non solamente ontici ma anche ontologici, restituisce al gesto dello strappo le dinamiche di una metempsicosi. 
C’è nelle opere di Rizzo una mirabile sensibilità coloristica. Le superfici s’ammantano di una scaltrita orchestrazione cromatica; esse s’animano nella sintassi di segni quasi incisi a bulino o nella spinta dei volumi, fibrillano in abbacinanti crepitii o si sciolgono in trapassi di lume e d’ombra. Perfino i neri possono divenire più neri e vibrare ad un diapason voluttuosamente più basso.

Serena Ribaudo

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Anno 2016
Formato 23x27 cm
Pagine 88
Copertina brossura
Lingua Italiano/Inglese

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